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Come Rinunciare al Compenso di Amministratore Srl

Rinunciare al compenso di amministratore di una Srl può sembrare una scelta semplice: l’amministratore decide di non farsi pagare, la società risparmia liquidità e tutti sono d’accordo. In realtà, sul piano societario, fiscale, contabile e previdenziale, la rinuncia va gestita con attenzione. Non basta dire verbalmente “per quest’anno non prendo nulla” oppure lasciare il compenso non pagato per mesi pensando che il silenzio equivalga automaticamente a rinuncia. Una rinuncia poco chiara può creare problemi con i soci, con il bilancio, con il fisco, con l’INPS e perfino con l’amministratore stesso, se in futuro dovesse cambiare idea.

Il compenso dell’amministratore di Srl è un diritto disponibile. Questo significa che l’amministratore può rinunciarvi, se lo fa in modo chiaro e consapevole. Però bisogna distinguere tra incarico gratuito fin dall’inizio, revoca o modifica del compenso per il futuro e rinuncia a compensi già maturati. Sono tre situazioni diverse. Dal punto di vista pratico sembrano simili, perché in tutti i casi l’amministratore non incassa denaro. Dal punto di vista fiscale e contabile, invece, possono produrre effetti molto diversi.

La cautela principale riguarda proprio i compensi già deliberati e maturati. Se l’amministratore è anche socio e rinuncia a un credito già sorto verso la società, l’Amministrazione finanziaria e la giurisprudenza hanno spesso letto l’operazione come una forma di patrimonializzazione della società, con possibili effetti fiscali in capo al socio amministratore. In parole più semplici: se il compenso è già maturato, rinunciarvi non sempre significa farlo sparire come se non fosse mai esistito. Per questo, quando si vuole evitare il costo, è spesso preferibile deliberare correttamente l’assenza di compenso o la modifica per il futuro, prima che il diritto maturi.

Indice

  • 1 Prima distinzione: incarico gratuito o rinuncia a un compenso già maturato
  • 2 Chi decide il compenso dell’amministratore
  • 3 Rinunciare al compenso prima che maturi
  • 4 Rinuncia a compensi già deliberati o maturati
  • 5 Amministratore socio e amministratore non socio
  • 6 Come formalizzare la rinuncia
  • 7 Esempio di dichiarazione di rinuncia al compenso
  • 8 Delibera assembleare per incarico gratuito
  • 9 Aspetti fiscali della rinuncia
  • 10 Aspetti contributivi INPS
  • 11 Rinuncia totale, parziale o temporanea
  • 12 Rinuncia e bilancio della Srl
  • 13 Rinuncia e conflitti tra soci
  • 14 Rinuncia e dimissioni dell’amministratore
  • 15 Errori da evitare
  • 16 Quando coinvolgere commercialista e legale
  • 17 Conclusione

Prima distinzione: incarico gratuito o rinuncia a un compenso già maturato

La prima domanda da farsi è molto concreta: l’amministratore vuole lavorare gratuitamente per il futuro oppure vuole rinunciare a un compenso che è già stato deliberato, contabilizzato o maturato? La differenza è decisiva. Se l’assemblea nomina l’amministratore stabilendo che l’incarico è gratuito, oppure se delibera che dal prossimo esercizio non sarà riconosciuto alcun compenso, la situazione è più lineare. Il diritto al compenso non nasce, o comunque non nasce per il periodo successivo alla decisione.

Se invece l’assemblea aveva già deliberato un compenso annuale, mensile o periodico, e l’amministratore lo ha maturato svolgendo l’incarico, la rinuncia interviene su un credito già esistente. In quel caso non siamo più davanti a una semplice gratuità dell’incarico. Siamo davanti alla rinuncia a una somma spettante. È qui che si aprono i temi fiscali più delicati.

Facciamo un esempio. La Srl delibera a gennaio un compenso annuo di 24.000 euro per l’amministratore. Durante l’anno la società non lo paga per mancanza di liquidità. A dicembre l’amministratore, che è anche socio, dichiara di rinunciare a tutto. Dal punto di vista economico, la società non tira fuori denaro. Ma dal punto di vista giuridico e fiscale il compenso potrebbe essere considerato maturato, e la rinuncia potrebbe avere conseguenze diverse rispetto a una delibera iniziale di incarico gratuito.

Altro esempio. La società nomina un amministratore e nel verbale scrive chiaramente che l’incarico è svolto a titolo gratuito, salvo diverso futuro accordo dell’assemblea. In questo caso non c’è un compenso maturato a cui rinunciare. C’è un incarico gratuito. È una differenza semplice, ma spesso trascurata. E proprio da questa differenza dipende gran parte della corretta gestione.

Chi decide il compenso dell’amministratore

Nelle società di capitali il compenso degli amministratori deve essere previsto dallo statuto oppure stabilito dai soci. Per le Srl bisogna guardare innanzitutto all’atto costitutivo e allo statuto. In molti casi il documento societario prevede che il compenso sia deciso dall’assemblea dei soci. In altri casi può indicare criteri o modalità particolari. Prima di parlare di rinuncia, quindi, bisogna capire come quel compenso è nato.

Se il compenso è stato deliberato dall’assemblea, è opportuno che anche la sua modifica o eliminazione per il futuro passi da una delibera assembleare. Non è solo una questione di forma. La delibera crea una traccia chiara per soci, amministratore, contabilità e consulente fiscale. Se domani qualcuno chiede perché non è stato pagato alcun compenso, la società potrà mostrare il verbale.

Se il compenso è previsto direttamente dallo statuto, la questione può essere più rigida. Potrebbe essere necessaria una modifica statutaria o una deliberazione conforme a quanto previsto dall’atto costitutivo. Non si può ignorare lo statuto solo perché tutti i soci sono d’accordo informalmente. Nelle Srl piccole, magari familiari, questo errore è comune. Si decide a voce e poi si sistema in contabilità. Ma la società non vive solo di conversazioni tra soci. Vive anche di verbali, libri sociali e bilanci.

La giurisprudenza ha più volte sottolineato che il diritto al compenso dell’amministratore non va trattato con superficialità. La gratuità dell’incarico o la rinuncia devono emergere in modo chiaro. Il silenzio dell’amministratore, da solo, non è sempre sufficiente a dimostrare una volontà definitiva di rinunciare. Non chiedere il pagamento per un certo periodo può dipendere da mille ragioni: fiducia nella società, difficoltà temporanee di liquidità, attesa di tempi migliori, rapporti familiari o semplice disordine amministrativo. Per parlare di rinuncia serve una volontà univoca.

Rinunciare al compenso prima che maturi

La strada più pulita, quando si vuole evitare il compenso, è decidere prima. Se l’amministratore accetta l’incarico gratuitamente, o se per un certo periodo non vuole percepire compensi, è preferibile formalizzarlo con una delibera assembleare o con un documento coerente con lo statuto. In questo modo non nasce un credito da pagare e non si crea una rinuncia successiva a somme maturate.

La delibera dovrebbe indicare chiaramente che l’incarico è gratuito oppure che, a partire da una certa data, non verrà riconosciuto alcun compenso all’amministratore. Può anche precisare che resta salvo il rimborso delle spese documentate sostenute nell’interesse della società, se i soci lo ritengono opportuno. Compenso e rimborso spese, infatti, non sono la stessa cosa. Il compenso remunera l’attività dell’amministratore. Il rimborso spese restituisce costi anticipati per conto della società, come trasferte, pedaggi, alberghi, acquisti autorizzati o altre spese inerenti.

La decisione deve essere presa in modo tempestivo. Se l’assemblea delibera a dicembre che l’amministratore non prenderà compensi “per tutto l’anno ormai trascorso”, ma quel compenso era stato già stabilito a gennaio e maturato mese dopo mese, la situazione non è la stessa di una delibera preventiva. Può essere letta come rinuncia a un credito già maturato, con tutte le conseguenze del caso.

La forma più prudente è quindi programmare. Se la società è in difficoltà e l’amministratore intende lavorare gratuitamente per sostenere l’impresa, conviene convocare i soci e verbalizzare la gratuità dell’incarico per il periodo successivo. Non aspettare la chiusura del bilancio. A quel punto, il commercialista potrebbe dover gestire una situazione già maturata, non una semplice scelta prospettica.

Rinuncia a compensi già deliberati o maturati

Quando il compenso è già maturato, la rinuncia va trattata come un atto di remissione del credito da parte dell’amministratore. In pratica, l’amministratore dice alla società: avevo diritto a ricevere questa somma, ma vi rinuncio. Questo atto deve essere espresso, chiaro e preferibilmente scritto. Può risultare da una lettera dell’amministratore alla società, da un verbale dell’assemblea o da un verbale del consiglio di amministrazione, se l’assetto della società lo prevede e se l’amministratore interessato partecipa correttamente alla decisione.

La rinuncia deve indicare quali compensi riguarda. Non basta scrivere “rinuncio ai miei compensi”. Meglio specificare periodo, importo, delibera originaria e natura delle somme. Per esempio, si può indicare che l’amministratore rinuncia al compenso deliberato dall’assemblea in data specifica per l’esercizio specifico, per l’importo lordo indicato. Se la rinuncia è parziale, va indicato con precisione quanto resta dovuto e quanto viene rinunciato.

Attenzione anche alla tempistica contabile. Se la società ha già contabilizzato il debito verso l’amministratore, la rinuncia modifica la situazione patrimoniale. Il consulente dovrà valutare come registrarla correttamente. Se invece il compenso non era stato contabilizzato pur essendo deliberato, bisognerà capire se si tratta di omissione contabile, mancata maturazione o altra situazione. Qui il fai da te è sconsigliabile.

Il punto più sensibile è la posizione dell’amministratore socio. Secondo l’orientamento fiscale richiamato in numerosi approfondimenti e documenti di prassi, la rinuncia del socio a crediti verso la società può comportare una presunzione di incasso giuridico e un incremento del costo fiscale della partecipazione. Questo può determinare tassazione in capo al socio amministratore, anche se non ha ricevuto materialmente denaro. È un effetto poco intuitivo, ma molto importante.

Amministratore socio e amministratore non socio

La rinuncia al compenso può avere effetti diversi a seconda che l’amministratore sia socio oppure no. Questo è uno dei passaggi più importanti. Se l’amministratore è socio e rinuncia a compensi già maturati, la rinuncia può essere vista come un modo per rafforzare patrimonialmente la società. Il socio, anziché incassare il compenso e poi magari versare denaro nella società, lascia il credito nella disponibilità della Srl. Sul piano fiscale, questa operazione può essere trattata come se il socio avesse conseguito il reddito e poi lo avesse destinato alla società.

Se l’amministratore non è socio, la logica cambia. Non avendo una partecipazione sociale da incrementare, la rinuncia può assumere rilevanza diversa per la società, potenzialmente come sopravvenienza attiva, mentre l’amministratore non socio, in assenza di incasso effettivo, può trovarsi in una posizione fiscale differente. Anche in questo caso, però, non bisogna generalizzare troppo. La qualificazione dipende dal tipo di compenso, dal momento della rinuncia, dalla contabilizzazione e dal rapporto tra le parti.

Questa distinzione rende indispensabile il coinvolgimento del commercialista. In molte Srl l’amministratore è anche socio, magari unico socio o socio di maggioranza. Proprio in queste società si tende a gestire tutto in modo informale: “Sono soldi miei, decido io”. In realtà, la Srl è un soggetto distinto dal socio. Se il socio amministratore rinuncia a un credito verso la società, non sta semplicemente spostando denaro da una tasca all’altra. Sta compiendo un atto con rilevanza societaria e fiscale.

Se invece l’amministratore è esterno, magari un professionista o un manager non socio, la rinuncia deve essere valutata anche sotto il profilo del rapporto contrattuale. Perché rinuncia? È una rinuncia definitiva? È legata a una transazione? Riguarda compensi contestati? È collegata a dimissioni? Ogni situazione può richiedere un testo diverso.

Come formalizzare la rinuncia

La rinuncia dovrebbe essere formalizzata per scritto. La modalità più semplice è una dichiarazione dell’amministratore indirizzata alla società. Nel documento l’amministratore identifica se stesso, richiama la carica ricoperta, indica il compenso deliberato o maturato, specifica l’importo e il periodo di riferimento, dichiara di rinunciarvi in modo irrevocabile e chiede alla società di prenderne atto. Se la rinuncia riguarda solo il futuro, il testo deve dirlo chiaramente.

La società dovrebbe poi prendere atto della rinuncia con un verbale. In una Srl con amministratore unico, la presa d’atto può avvenire in assemblea dei soci. Se c’è un consiglio di amministrazione, bisogna gestire correttamente eventuali conflitti e verbalizzare in modo ordinato. La delibera dei soci è spesso la soluzione più trasparente, soprattutto quando il compenso era stato stabilito proprio dai soci.

Nel verbale si può indicare che l’assemblea prende atto della rinuncia comunicata dall’amministratore e incarica l’organo amministrativo o il consulente contabile di effettuare le registrazioni conseguenti. Se invece i soci intendono stabilire la gratuità per il futuro, il verbale deve deliberare espressamente che, da una certa data o per un certo esercizio, l’incarico sarà svolto senza compenso.

Meglio evitare rinunce tacite, formule ambigue o comportamenti non documentati. Il fatto che l’amministratore non abbia emesso fattura, non abbia ricevuto bonifici o non abbia chiesto il pagamento non dimostra sempre una rinuncia definitiva. La rinuncia a un diritto patrimoniale importante deve emergere in modo chiaro. Una frase scritta bene oggi evita una causa domani.

Esempio di dichiarazione di rinuncia al compenso

Una dichiarazione di rinuncia può essere formulata in modo semplice, ma deve essere precisa. Un testo di base potrebbe essere questo, da adattare con l’aiuto del consulente.

“Il sottoscritto [nome e cognome], nato a [luogo] il [data], codice fiscale [codice fiscale], in qualità di amministratore della società [denominazione Srl], con sede in [indirizzo], preso atto del compenso deliberato dall’assemblea dei soci in data [data] per l’esercizio [anno] pari a euro [importo lordo], dichiara di rinunciare integralmente e irrevocabilmente al credito maturato a tale titolo nei confronti della società. La presente rinuncia riguarda esclusivamente il compenso sopra indicato e non comprende eventuali rimborsi spese documentati, se spettanti e regolarmente autorizzati. Si chiede alla società di prenderne atto e di procedere alle conseguenti registrazioni contabili e fiscali secondo legge.”

Se la rinuncia riguarda il futuro, il testo dovrebbe cambiare. Per esempio: “Il sottoscritto dichiara la propria disponibilità a svolgere l’incarico di amministratore a titolo gratuito a decorrere dal [data], salvo diversa futura deliberazione dei soci”. In questo caso, però, è importante che siano i soci a deliberare la gratuità, se il compenso è di loro competenza.

Il modello non deve essere usato in modo automatico. Se l’amministratore è socio, se il compenso è già stato contabilizzato, se sono state operate ritenute, se ci sono contributi, se il compenso riguarda più esercizi o se la società ha già dedotto il costo, serve un controllo tecnico. Le parole della rinuncia devono essere coerenti con la realtà contabile.

Delibera assembleare per incarico gratuito

Quando si vuole evitare il problema della rinuncia a compensi maturati, la soluzione migliore è deliberare preventivamente la gratuità dell’incarico. Il verbale assembleare dovrebbe indicare che i soci, con riferimento all’incarico di amministratore, stabiliscono che non verrà riconosciuto alcun compenso per il periodo indicato. Se è previsto il rimborso spese, va precisato.

Un esempio di formulazione potrebbe essere: “L’assemblea, con il consenso dell’amministratore presente, delibera che l’incarico di amministratore per l’esercizio [anno] sarà svolto a titolo gratuito, fermo restando il diritto al rimborso delle spese vive documentate e sostenute nell’interesse della società, se preventivamente autorizzate o comunque approvate dalla società”. Anche qui, il testo va adattato allo statuto e alla situazione specifica.

La presenza o accettazione dell’amministratore è utile perché evita dubbi. Se l’amministratore accetta l’incarico a titolo gratuito, difficilmente potrà poi sostenere di avere diritto a un compenso per quel periodo, salvo diversa successiva delibera. Il verbale deve essere conservato nel libro delle decisioni dei soci o secondo le modalità previste per la Srl.

Se la società ha più amministratori, la delibera deve chiarire se la gratuità riguarda tutti o solo alcuni. Può capitare che un amministratore operativo percepisca un compenso e un altro, magari socio di capitale o familiare, rinunci. La differenza va motivata e verbalizzata con chiarezza, anche per evitare contestazioni tra soci.

Aspetti fiscali della rinuncia

Il tema fiscale è il più delicato. I compensi degli amministratori sono normalmente tassati in capo all’amministratore secondo il principio di cassa, cioè quando vengono percepiti. Tuttavia, la rinuncia a un credito già maturato può produrre effetti particolari, soprattutto se l’amministratore è socio. In questo caso, la rinuncia può essere trattata come incasso giuridico del credito e successivo apporto alla società, con possibile obbligo di tassazione e ritenuta.

Questa impostazione nasce dall’idea che il socio amministratore, rinunciando al credito, non stia semplicemente perdendo una somma, ma stia incrementando il valore della propria partecipazione. È un ragionamento tecnico, non sempre intuitivo. Però ha conseguenze pratiche: la società potrebbe dover operare ritenute e il socio potrebbe dover dichiarare il reddito, anche senza bonifico ricevuto. Per questo la rinuncia a compensi già maturati non va mai fatta senza analisi fiscale preventiva.

Per l’amministratore non socio, l’effetto può essere diverso. In molti commenti tecnici si evidenzia che la rinuncia dell’amministratore non socio non genera lo stesso incremento del costo della partecipazione, perché non esiste partecipazione. La società potrebbe rilevare una sopravvenienza attiva, mentre per l’amministratore non socio l’assenza di effettiva percezione può escludere tassazione personale, a seconda del caso. Anche qui, però, è indispensabile valutare documenti, contabilità e momento della rinuncia.

Altro tema è la deducibilità del costo per la società. I compensi agli amministratori seguono regole specifiche e, in generale, la loro deducibilità è collegata al pagamento. Se il compenso viene deliberato ma non pagato e poi rinunciato, la società deve gestire correttamente costi, debiti, eventuali accantonamenti e sopravvenienze. È un terreno tecnico. Il verbale societario deve parlare con la contabilità, non contraddirla.

Aspetti contributivi INPS

Il compenso dell’amministratore di Srl, quando percepito, è normalmente soggetto alla Gestione Separata INPS, salvo casi particolari e salvo l’inquadramento specifico del soggetto. I contributi sono calcolati sul compenso e vengono versati con ripartizione tra società e amministratore secondo le regole applicabili. Se non c’è compenso, in linea generale non c’è base imponibile contributiva per quel compenso. Tuttavia, se la rinuncia viene trattata fiscalmente come incasso giuridico, il tema contributivo va valutato con attenzione.

Non bisogna confondere amministratore senza compenso e socio lavoratore iscritto ad altra gestione. Un socio amministratore che svolge anche attività lavorativa abituale nella società può essere soggetto a iscrizione alla gestione commercianti o artigiani, se ne ricorrono i presupposti, indipendentemente dal compenso amministratore. Questo è un punto che spesso crea confusione. Rinunciare al compenso di amministratore non elimina automaticamente ogni obbligo contributivo legato ad altre attività svolte nella Srl.

Se l’amministratore percepisce solo compenso amministratore, la rinuncia preventiva al compenso può ridurre o azzerare la contribuzione su quel rapporto, ma può avere effetti sulla futura posizione previdenziale. Meno compensi significano meno contributi e, nel sistema contributivo, questo può incidere sulla pensione. È un aspetto che molti considerano solo dopo anni.

Prima di rinunciare per motivi di risparmio, quindi, conviene valutare anche l’impatto previdenziale. A volte la società vuole ridurre costi nel breve periodo. Comprensibile. Però l’amministratore deve sapere che l’assenza di compenso può significare anche assenza di copertura contributiva su quel ruolo. Fiscalità e previdenza non sono dettagli da commercialista pignolo. Sono effetti reali.

Rinuncia totale, parziale o temporanea

La rinuncia può essere totale, parziale o temporanea. Può riguardare tutto il compenso di un esercizio, solo una parte, alcuni mesi o compensi arretrati. Qualunque sia la scelta, deve essere descritta con precisione. Le rinunce vaghe sono pericolose. Se l’amministratore scrive “rinuncio al compenso”, si potrebbe discutere se intenda quello dell’anno in corso, quello passato, quello futuro o tutti i compensi ancora non pagati.

Una rinuncia parziale deve indicare l’importo lordo oggetto di rinuncia e l’importo che resta dovuto. Se il compenso annuo era di 30.000 euro e l’amministratore rinuncia a 10.000 euro, il documento deve dirlo. Se la società ha già pagato alcuni acconti, bisogna indicare se la rinuncia riguarda il residuo o una parte specifica.

La rinuncia temporanea per il futuro può essere utile quando la società attraversa un periodo di difficoltà. Per esempio, l’assemblea può stabilire che l’amministratore svolgerà l’incarico gratuitamente per sei mesi, poi i soci rivaluteranno. In questo modo non si cristallizza una gratuità indefinita e si evita che la situazione resti ambigua. Alla scadenza, bisogna deliberare di nuovo se si vuole proseguire.

Attenzione alla rinuncia “fino a nuovo ordine”. È una formula comoda, ma può creare incertezze. Meglio indicare una data di inizio e una data di fine, oppure precisare che la gratuità resta valida fino a diversa delibera assembleare. Anche in questo caso, la chiarezza evita future rivendicazioni.

Rinuncia e bilancio della Srl

La rinuncia al compenso incide anche sul bilancio. Se il compenso era già stato rilevato come costo e come debito verso l’amministratore, la rinuncia comporta la cancellazione del debito e la rilevazione della corretta contropartita contabile. Questa può variare a seconda che l’amministratore sia socio o non socio e della natura dell’operazione. Il commercialista dovrà valutare se trattarla come versamento in conto capitale, sopravvenienza attiva o altra voce coerente con i principi contabili applicabili.

Se invece la gratuità è stata deliberata prima, il costo non viene rilevato. Questo è più semplice. La società non registra un debito che poi deve eliminare. Per questo la delibera preventiva è spesso preferibile alla rinuncia successiva.

Nel bilancio bisogna anche rispettare la corretta rappresentazione dei rapporti con amministratori e parti correlate, quando rilevante. In una Srl piccola il tema può sembrare formale, ma resta importante. Compensi deliberati, rinunciati, non pagati o trasformati in finanziamenti soci devono essere rappresentati in modo coerente.

Un errore frequente è decidere la rinuncia a voce e poi chiedere al commercialista di “sistemare”. Il commercialista può registrare correttamente i fatti, ma non può inventare una delibera preventiva che non esiste o trasformare una rinuncia tardiva in gratuità originaria. I documenti societari devono essere preparati in tempo.

Rinuncia e conflitti tra soci

Nelle Srl con più soci, la rinuncia al compenso può avere anche effetti sugli equilibri interni. Se l’amministratore è socio di maggioranza e rinuncia al compenso, gli altri soci potrebbero esserne contenti perché la società risparmia. Se invece la rinuncia viene usata per alterare risultati, utili, rapporti patrimoniali o trattamenti tra soci, possono nascere discussioni.

Immagina una Srl con due soci amministratori. Uno rinuncia al compenso, l’altro no. È legittimo? Può esserlo, se la scelta è volontaria e ben documentata. Ma se la differenza non è chiara, il socio che rinuncia potrebbe un domani sostenere di essere stato costretto o di aver solo rinviato l’incasso. Oppure l’altro socio potrebbe contestare costi non proporzionati. Il verbale deve spiegare bene cosa si decide.

In società familiari, il rischio è ancora più concreto. Padre, figlio, fratelli, coniugi o ex soci possono convivere per anni con accordi informali. Poi i rapporti cambiano e le parole dette a cena non bastano più. La rinuncia al compenso deve essere scritta proprio per evitare che, in futuro, qualcuno ricostruisca diversamente la vicenda.

La regola è semplice: se il compenso è stato deliberato dai soci, anche la sua eliminazione o modifica dovrebbe essere condivisa e verbalizzata. Non solo per il fisco, ma anche per la pace societaria.

Rinuncia e dimissioni dell’amministratore

La rinuncia al compenso può avvenire anche in occasione delle dimissioni dell’amministratore. In quel caso bisogna distinguere tra compensi maturati fino alla data di cessazione e compensi futuri. L’amministratore che si dimette non matura compensi per il periodo successivo alla cessazione della carica, salvo accordi particolari. Può però avere diritto ai compensi maturati fino a quel momento.

Se vuole rinunciare anche a questi, deve dichiararlo espressamente. La rinuncia può essere inserita nella lettera di dimissioni o in un documento separato. Se le dimissioni avvengono in un contesto conflittuale, è prudente usare un testo molto preciso e, se necessario, farsi assistere. Rinunciare a compensi arretrati può essere parte di un accordo transattivo, ma allora bisogna disciplinare anche eventuali reciproche pretese.

Non bisogna confondere rinuncia al compenso e rinuncia ad azioni di responsabilità o ad altre pretese. Se l’amministratore lascia la carica e la società vuole chiudere ogni rapporto, può essere necessario un accordo più ampio. Una semplice frase sul compenso non copre tutto. Viceversa, un accordo troppo ampio firmato senza attenzione può far perdere diritti non considerati.

Se l’amministratore dimissionario è anche socio, tornano i temi fiscali già visti. La rinuncia a compensi maturati può avere effetti di incasso giuridico e patrimonializzazione. Anche quando l’uscita dalla carica sembra chiudere tutto, il fisco può ragionare sui crediti maturati.

Errori da evitare

Il primo errore è rinunciare solo verbalmente. Una rinuncia non documentata crea incertezza e può essere contestata. Il secondo errore è intervenire troppo tardi, quando il compenso è già maturato, pensando che basti una delibera a fine anno per cancellare tutto senza effetti. Il terzo errore è non distinguere tra amministratore socio e non socio. Dal punto di vista fiscale, la differenza può essere notevole.

Il quarto errore è confondere compenso e rimborso spese. Un amministratore può rinunciare al compenso ma mantenere il diritto al rimborso delle spese documentate, se così deliberato. Il quinto errore è non coordinare rinuncia, bilancio, CU, ritenute, contributi e scritture contabili. Ogni documento deve raccontare la stessa storia.

Un altro errore è usare modelli generici scaricati online senza adattarli. Una Srl unipersonale, una Srl con più soci, una società con amministratore esterno e una società con consiglio di amministrazione hanno esigenze diverse. Anche il momento della rinuncia cambia il testo.

Infine, evita di usare la rinuncia come soluzione improvvisata per “aggiustare” utili, perdite o rapporti finanziari senza una vera analisi. La rinuncia può essere legittima, ma deve avere una logica chiara e documentata. Se sembra solo un artificio contabile, può attirare contestazioni.

Quando coinvolgere commercialista e legale

Il commercialista andrebbe coinvolto sempre, almeno prima di rinunciare a compensi già maturati. Deve valutare effetti fiscali, ritenute, contributi, contabilizzazione e bilancio. Se la rinuncia riguarda un amministratore socio, il controllo è ancora più importante. Se sono stati già emessi cedolini, CU, registrazioni o accantonamenti, il tema diventa tecnico.

Il legale è utile quando ci sono più soci, rapporti conflittuali, amministratori esterni, compensi rilevanti, dimissioni, transazioni o contestazioni. Può predisporre una rinuncia chiara, evitare clausole ambigue e coordinare il documento con verbali societari e statuto. Non sempre serve una consulenza lunga. A volte basta far leggere il testo prima di firmare.

Nelle società piccole si tende a considerare questi passaggi come eccessivi. “Tanto siamo solo noi”, si dice. Poi però arrivano controlli fiscali, separazioni tra soci, cessioni di quote, nuovi investitori o banche che chiedono documenti. In quei momenti, un verbale ordinato vale molto più di una memoria approssimativa.

Il consiglio pratico è semplice: se vuoi che l’amministratore non percepisca compenso per il futuro, delibera prima. Se devi rinunciare a compensi già maturati, chiedi prima al commercialista. Se ci sono rapporti tra soci non perfettamente sereni, chiedi anche al legale. Meglio una precauzione oggi che una contestazione domani.

Conclusione

Rinunciare al compenso di amministratore di una Srl è possibile, ma va fatto con metodo. La prima distinzione è tra gratuità dell’incarico per il futuro e rinuncia a compensi già maturati. La prima situazione è più semplice e dovrebbe essere formalizzata con delibera assembleare preventiva. La seconda è più delicata, soprattutto se l’amministratore è anche socio, perché può generare effetti fiscali anche senza incasso materiale. La rinuncia deve essere scritta, chiara, datata, riferita a importi e periodi precisi, coerente con lo statuto e recepita dalla società con adeguata verbalizzazione. Non bisogna affidarsi al silenzio, a frasi dette a voce o a sistemazioni contabili tardive. Compenso, rimborso spese, contributi INPS, ritenute fiscali e bilancio devono essere valutati insieme.

In pratica, la soluzione migliore è prevenire. Se l’amministratore non vuole essere pagato, i soci devono deliberarlo prima che il compenso maturi. Se invece il compenso è già nato, la rinuncia va gestita come un atto con conseguenze giuridiche e fiscali. Con un verbale ben fatto, una dichiarazione precisa e il supporto del commercialista, la scelta può essere gestita correttamente. Senza questi passaggi, quello che sembrava un semplice gesto di disponibilità verso la società può trasformarsi in un problema fiscale e societario tutt’altro che teorico.

Nicola Cavaco

About Nicola Cavaco

Nicola Cavaco è un blogger appassionato di fai da te, sport, casa, giardino e tecnologia. La sua passione per l'apprendimento e la scoperta lo ha portato a creare il suo blog personale, dove condivide guide e consigli su una vasta gamma di argomenti.

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